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ProceduraSocietà e impresa · Crisi d'impresa e liquidazione giudiziale

Chiedere la liquidazione giudiziale del debitore

Quando un'impresa non paga e non pagherà, il creditore può chiedere lui stesso al tribunale di aprire la liquidazione giudiziale, il vecchio fallimento. Serve un'impresa commerciale sopra le soglie dell'impresa minore, uno stato di insolvenza e debiti scaduti complessivi di almeno 30.000 euro; il procedimento è rapido (udienza entro 45 giorni) e costa poco, ma il creditore non ottiene un pagamento: ottiene una procedura in cui dovrà insinuarsi come tutti gli altri. È uno strumento di pressione e di tutela contro la dispersione del patrimonio, non un'esecuzione.

Verificato il 21 settembre 2026Lettura: 10 min

In breve

  • Chi: qualsiasi creditore, anche senza titolo esecutivo e con credito non scaduto, oltre al PM e al debitore stesso (art. 37 c. 2 CCII).
  • Contro chi: imprenditori commerciali (società o ditte) che non provino di essere impresa minore (attivo ≤ 300.000, ricavi ≤ 200.000, debiti ≤ 500.000 euro); entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese.
  • Presupposti: insolvenza e debiti scaduti complessivi di almeno 30.000 euro (art. 49 c. 5); non conta solo il credito dell'istante.
  • Come: ricorso con avvocato al tribunale del centro degli interessi principali, udienza entro 45 giorni, notifica a cura della cancelleria via PEC; contributo unificato di 98 euro.
  • Esito: sentenza di apertura (curatore, giudice delegato, termine per insinuarsi) o decreto di rigetto reclamabile in 30 giorni; il creditore istante non ha alcuna preferenza nel riparto.

Perché un creditore chiede la liquidazione giudiziale

Un creditore che non viene pagato ha davanti la strada dell'esecuzione individuale: decreto ingiuntivo, precetto, pignoramento. Funziona se il debitore ha beni aggredibili e se il creditore arriva prima degli altri. Quando l'impresa è insolvente, cioè non è più in grado di pagare regolarmente nessuno, l'esecuzione individuale diventa una corsa in cui vince chi ha già l'ipoteca e perde chi pignora un conto vuoto. La liquidazione giudiziale sostituisce alla corsa un concorso ordinato: blocca ogni azione individuale, affida a un curatore la ricostruzione del patrimonio, consente di recuperare i pagamenti preferenziali e i beni usciti negli ultimi mesi con la revocatoria, e mette in mano al curatore le azioni di responsabilità contro gli amministratori. Per questo il creditore la chiede in tre situazioni tipiche: quando il patrimonio si sta disperdendo e serve fermarlo; quando c'è una pluralità di creditori e l'esecuzione individuale sarebbe inutile; quando il vero attivo sono le azioni contro amministratori e soci, che solo il curatore può esercitare con efficacia. La chiede anche, spesso, come strumento di pressione: la notifica del ricorso induce molti debitori a pagare o a trattare. Ma il ricorso non è una minaccia da usare a vuoto, perché il procedimento ha un suo corso e i suoi costi.

Chi può chiederla e contro chi

Art. 37, comma 2, CCII

«La domanda di apertura della liquidazione giudiziale è proposta con ricorso del debitore, degli organi e delle autorità amministrative che hanno funzioni di controllo e di vigilanza sull'impresa, di uno o più creditori o del pubblico ministero.»

La legittimazione del creditore richiede solo che sia titolare di un credito, anche non scaduto, anche non ancora accertato in giudizio, anche condizionale: il tribunale verifica incidentalmente l'esistenza del credito, senza che l'accertamento faccia stato altrove. Il credito contestato non impedisce l'istanza, ma se la contestazione è seria il tribunale può respingere per difetto di prova della legittimazione. Il debitore deve essere un imprenditore commerciale, individuale o collettivo, che non dimostri di possedere congiuntamente i tre requisiti dell'impresa minore (art. 2 c. 1 lett. d): attivo patrimoniale annuo non superiore a 300.000 euro nei tre esercizi precedenti, ricavi annui non superiori a 200.000 euro nello stesso periodo, debiti anche non scaduti non superiori a 500.000 euro. La prova spetta al debitore (art. 121): se non deposita i bilanci o le dichiarazioni, o se anche uno solo dei tre valori è superato, la liquidazione giudiziale è possibile. Restano fuori l'imprenditore agricolo, il professionista, il consumatore, gli enti non commerciali e le start up innovative nei primi anni (art. 31 DL 179/2012), contro i quali il creditore può chiedere semmai la liquidazione controllata con la soglia di 50.000 euro. L'impresa cessata può essere assoggettata entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l'insolvenza si è manifestata prima o entro l'anno successivo (art. 33); il creditore può dimostrare che la cessazione effettiva è più recente della cancellazione.

I presupposti: insolvenza e soglia di 30.000 euro

L'insolvenza è «lo stato del debitore che si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni» (art. 2 c. 1 lett. b). Non basta un singolo mancato pagamento, e non serve che il passivo superi l'attivo: conta l'incapacità di pagare con mezzi normali. I fatti esteriori tipici sono protesti, decreti ingiuntivi non opposti e non pagati, pignoramenti negativi, chiusura dei locali, licenziamenti, cessazione dell'attività, cartelle esattoriali rilevanti, contributi non versati, la stessa dichiarazione del debitore di non poter pagare. Il ricorso deve allegarli e documentarli: il tribunale integra con i dati che la cancelleria acquisisce dalle banche dati dell'Agenzia delle Entrate, dell'INPS e del registro delle imprese (art. 42). Il secondo presupposto è quantitativo.

Art. 49, comma 5, CCII

«Non si fa luogo all'apertura della liquidazione giudiziale se l'ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell'istruttoria è complessivamente inferiore a euro trentamila. Tale importo è periodicamente aggiornato con le modalità di cui all'articolo 2, comma 1, lettera d).»

I 30.000 euro sono il totale dei debiti scaduti e non pagati di tutti i creditori come emergono dall'istruttoria, non il credito dell'istante: un creditore di 8.000 euro può ottenere l'apertura se il debitore ha altri 25.000 euro di debiti scaduti verso il fisco o i dipendenti, e un creditore di 50.000 euro non la ottiene se il suo è l'unico debito e il debitore dimostra di essere impresa minore o di non essere insolvente.

Il procedimento

FaseRegolaTempi
RicorsoCon difensore, al tribunale del circondario in cui il debitore ha il centro degli interessi principali (sede legale per le società, art. 27); per i grandi gruppi, tribunale sede della sezione imprese. Indica ufficio, oggetto, ragioni, conclusioni; allega prova del credito e dell'insolvenza (art. 40 c. 2)Deposito telematico
ConvocazioneDecreto del tribunale; ricorso e decreto notificati dalla cancelleria alla PEC del debitore risultante dal registro delle imprese o dall'INI-PEC; se impossibile, inserimento nel portale dei servizi telematici, con notifica perfezionata il terzo giorno; in ultima istanza notifica di persona a cura del ricorrente (art. 40 c. 6-8)Udienza entro 45 giorni dal deposito; almeno 15 giorni tra notifica e udienza (art. 41); abbreviabili per urgenza
DifeseMemorie fino a 7 giorni prima dell'udienza; il debitore deposita i bilanci degli ultimi tre esercizi o le dichiarazioni dei redditi (art. 41 c. 4); istruttoria anche d'ufficio, informazioni da banche dati e registri (art. 41 c. 6, 42)Udienza, eventuale rinvio breve
Misure cautelariSu istanza, il tribunale può nominare un custode dell'azienda o del patrimonio e adottare i provvedimenti idonei ad assicurare l'attuazione della futura sentenza (art. 54 c. 1, 55)Anche con decreto inaudita altera parte
Domanda del debitoreSe il debitore chiede concordato, accordi o piano, anche con riserva (art. 44), il tribunale decide prima quella domanda; la liquidazione è aperta se il termine scade inutilmente, se la domanda è inammissibile, se il concordato non è approvato o omologato (art. 49 c. 2)30-60 giorni di termine, prorogabili di 60
DecisioneSentenza di apertura: nomina di giudice delegato e curatore, ordine di deposito delle scritture in 3 giorni, udienza di stato passivo entro 120-150 giorni, termine per le insinuazioni 30 giorni prima (art. 49 c. 3). Rigetto con decreto motivato (art. 50)Efficacia dalla pubblicazione; verso i terzi dall'iscrizione nel registro delle imprese
ImpugnazioniRigetto: reclamo del ricorrente o del PM alla corte d'appello entro 30 giorni (art. 50 c. 2). Apertura: reclamo del debitore o di qualunque interessato entro 30 giorni (art. 51); non sospende la procedura salvo art. 52Udienza in appello entro 60 giorni, sentenza entro 30

Costi e rischi per il creditore

Il ricorso costa il contributo unificato di 98 euro e l'anticipazione forfettaria di 27 euro, oltre al compenso del proprio avvocato; il creditore istante non anticipa le spese della procedura, che gravano sull'attivo e, in mancanza, sull'erario (art. 147 DPR 115/2002). Se l'istanza è respinta, il tribunale può condannare il ricorrente alle spese del procedimento; il debitore non può però chiedere in un giudizio separato il risarcimento per responsabilità aggravata (art. 50 c. 3). Il rischio vero è la revoca: se la sentenza di apertura viene riformata in appello perché la domanda era infondata, le spese della procedura e il compenso del curatore sono liquidati «tenuto conto delle ragioni dell'apertura della procedura e della sua revoca» (art. 53 c. 1), e possono essere posti a carico del creditore che ha agito con colpa, oltre al risarcimento del danno all'impresa. Un altro effetto poco considerato: il pagamento che il debitore fa al creditore per «far ritirare» l'istanza, se poi la liquidazione viene comunque aperta, è un pagamento in prossimità dell'insolvenza, che il curatore può revocare (art. 166 c. 2 CCII) perché il creditore, avendo presentato ricorso, conosceva lo stato d'insolvenza. Chi transige deve quindi chiudere davvero la posizione o farsi pagare da un terzo.

Che cosa succede dopo la sentenza

Il creditore istante non acquisisce alcuna posizione privilegiata: deve presentare la domanda di insinuazione entro il termine fissato dalla sentenza, viene ammesso secondo il grado del suo credito e partecipa ai riparti con gli altri. I vantaggi sono indiretti ma concreti: le esecuzioni individuali degli altri creditori si arrestano (art. 150), i pagamenti e gli atti compiuti dal debitore dopo la sentenza sono inefficaci (art. 144), il curatore può esercitare la revocatoria sugli atti dei sei mesi o dell'anno precedenti e le azioni di responsabilità contro gli amministratori (art. 255), i cui proventi alimentano l'attivo di tutti. Il creditore può candidarsi al comitato dei creditori, chiedere informazioni al curatore e, se ha interesse, contestare lo stato passivo. La pagina sulla liquidazione giudiziale descrive la procedura dall'interno; quella sul creditore del debitore in procedura elenca gli strumenti a sua disposizione.

Come si prepara il ricorso

  1. Verificare la natura del debitore. Visura camerale: forma giuridica, attività, data di eventuale cancellazione, bilanci depositati degli ultimi tre esercizi per stimare i requisiti dell'impresa minore.
  2. Documentare il credito. Contratto, fatture, estratto conto, eventuale decreto ingiuntivo o sentenza, solleciti e risposte del debitore.
  3. Raccogliere i fatti esteriori dell'insolvenza. Protesti, pignoramenti negativi propri o di altri, ipoteche e fermi esattoriali dalle visure, procedimenti pendenti, notizie di chiusura, dipendenti non pagati, eventuali comunicazioni del debitore.
  4. Stimare i debiti scaduti complessivi. Se il proprio credito è sotto i 30.000 euro, indicare gli elementi da cui risultano altri debiti scaduti (bilancio, visure, altri creditori noti) e chiedere l'acquisizione dei dati ex art. 42.
  5. Valutare le misure cautelari se c'è pericolo di dispersione: sequestro dell'azienda o nomina di un custode (art. 54).
  6. Preparare l'udienza: il debitore può comparire con bilanci che lo collocano sotto soglia, contestare il credito, pagare parzialmente, chiedere un concordato con riserva; ogni scenario ha una replica.
  7. Non ritirare a vuoto. La rinuncia al ricorso dopo un pagamento va accompagnata da garanzie contro la revocatoria; se altri creditori o il PM sono intervenuti, il procedimento prosegue comunque (art. 41 c. 5).

La liquidazione giudiziale su istanza del creditore è una scelta di strategia, non un automatismo del recupero crediti. Conviene quando il patrimonio esiste e rischia di sparire, quando gli amministratori hanno responsabilità da far valere, quando molti creditori si contendono poco; non conviene quando il debitore è un guscio vuoto, perché la procedura si chiude senza riparti e il creditore avrà speso per nulla, né quando l'impresa è minore e il tribunale non può aprirla. Prima di depositare, il creditore confronta questo strumento con il decreto ingiuntivo e l'esecuzione individuale, che restano la via più diretta quando il debitore paga gli altri e non paga solo lui.

Domande frequenti

Il mio credito è di 8.000 euro: posso chiedere la liquidazione giudiziale?
Sì, se il debitore è un'impresa commerciale non minore e insolvente. La soglia di 30.000 euro (art. 49 c. 5) riguarda il totale dei debiti scaduti e non pagati che risultano dall'istruttoria, di tutti i creditori, non il credito di chi ricorre; il tribunale li accerta anche con i dati fiscali e INPS acquisiti d'ufficio (art. 42).
Serve un decreto ingiuntivo o un titolo esecutivo?
No. Il creditore deve dimostrare l'esistenza del credito, anche solo con fatture e contratto, e l'insolvenza. Il titolo aiuta (rende il credito non contestabile e il mancato pagamento dopo il precetto è un fatto esteriore tipico), ma non è richiesto.
Il debitore ha chiesto un concordato «in bianco»: la mia istanza è persa?
Resta pendente. Con la domanda con riserva (art. 44) il tribunale assegna al debitore un termine di 30-60 giorni per depositare piano e proposta; se il termine scade inutilmente o la domanda è inammissibile, il tribunale dichiara aperta la liquidazione giudiziale sulla tua istanza (art. 49 c. 2).
Che cosa rischio se l'istanza è respinta?
Le spese del procedimento, se il tribunale le pone a tuo carico. Il debitore non può chiederti in separato giudizio il risarcimento per lite temeraria (art. 50 c. 3). Se invece la liquidazione viene aperta e poi revocata in appello, le spese e il compenso del curatore possono essere posti a carico del creditore istante e il danno da lite temeraria è possibile.
Ottenuta la sentenza, vengo pagato per primo?
No. Il creditore istante è un creditore come gli altri: deve presentare domanda di insinuazione al passivo entro il termine fissato dalla sentenza e viene pagato secondo il suo grado. Il vantaggio è indiretto: blocco delle azioni individuali, recupero dei beni dispersi tramite revocatorie, azioni di responsabilità del curatore contro gli amministratori.

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Fonti normative

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