In breve
- Controllo a distanza (telecamere, GPS, software di monitoraggio) solo per esigenze organizzative, sicurezza e patrimonio, con accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato (art. 4 c. 1 St. lav.); senza, reato (art. 171 Codice privacy) e prove inutilizzabili.
- Strumenti di lavoro (pc, email, telefono) e badge: niente accordo, ma informativa e regolamento per usare i dati anche a fini disciplinari (c. 3).
- Email: metadati conservabili di norma 21 giorni (Garante 2024); contenuti solo con regolamento e proporzionalità. Chat e social privati: non utilizzabili (Garante 2025).
- Controlli difensivi solo dopo un fondato sospetto e sui dati successivi (Cass. 25732/2021); impronte digitali per le presenze vietate.
- Salute e opinioni: niente diagnosi al datore, niente indagini (art. 8 St. lav.); rimedi: inutilizzabilità, reclamo al Garante, risarcimento.
La norma cardine
«Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. […] In mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo possono essere installati previa autorizzazione della sede territoriale dell'Ispettorato nazionale del lavoro […]. La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze. Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196».
| Strumento | Che cosa serve | Limiti | Uso disciplinare |
|---|---|---|---|
| Telecamere | Accordo sindacale o autorizzazione ITL; cartelli; DPIA | Solo sicurezza, patrimonio, organizzazione; non su postazioni, bagni, aree di riposo; conservazione breve | Sì, con procedura e informativa |
| GPS su veicoli e app di localizzazione | Accordo o autorizzazione; vetrofania; informativa | Solo in orario di lavoro; niente tracciamento continuo delle persone; conservazione limitata | Sì, con procedura e informativa; non come finalità dell'impianto |
| Email, pc, telefono, gestionali (strumenti di lavoro) | Informativa e regolamento interno; DPIA se monitoraggio | Metadati max 21 giorni senza procedura; accesso ai contenuti proporzionato e graduale; niente monitoraggio sistematico | Sì, solo con informativa preventiva |
| Badge e rilevazione presenze | Informativa | Solo presenze e accessi, non i movimenti; niente biometria | Sì |
| Impronte digitali, riconoscimento facciale | Vietati senza norma di legge (art. 9 GDPR, art. 2-septies Codice) | Il consenso del lavoratore non basta | No |
| Software di controllo dell'attività (keylogger, screenshot, produttività) | Accordo o autorizzazione: è controllo a distanza | Di regola sproporzionato; vietato il controllo occulto generalizzato | Solo con procedura |
| Chat e social privati del lavoratore | — | Aspettativa di riservatezza: non utilizzabili | No |
| Controlli difensivi (investigatori, analisi mirate) | Fondato sospetto di illecito | Solo dati successivi al sospetto; bilanciamento con la dignità | Sì, nei limiti |
| Dati sanitari | Medico competente; obblighi di legge | Al datore solo il giudizio di idoneità e la prognosi; niente diagnosi né indagini | Solo per gli effetti di legge (idoneità, comporto) |
L'art. 4 riscritto nel 2015 ha spostato il baricentro dalla «installazione» all'«informazione»: gli strumenti che il lavoratore usa per lavorare sono liberi, ma i dati che producono si possono usare contro di lui solo se sapeva come e quando sarebbe stato controllato; gli strumenti che servono a controllare restano soggetti all'accordo o all'autorizzazione. Il Garante ha aggiunto le regole di dettaglio, in particolare sui metadati delle email (21 giorni), sulla biometria (vietata per le presenze) e sull'uso di contenuti privati, e la Cassazione ha delimitato i controlli difensivi. Per il lavoratore la conseguenza pratica è che la violazione di queste regole rende inutilizzabili le prove: un licenziamento fondato su email lette senza regolamento, su immagini di telecamere non autorizzate o su chat private è illegittimo per difetto di prova, oltre a esporre l'azienda alle sanzioni del Garante e alle pene penali dell'art. 171 Codice privacy. Le guide sui controlli a distanza, sulla videosorveglianza e sul licenziamento disciplinare approfondiscono i singoli temi.
Che cosa fare
- Lavoratore: chiedere e leggere l'informativa e il regolamento sull'uso degli strumenti; verificare se telecamere e GPS hanno accordo o autorizzazione (chiedere alla RSU o all'Ispettorato); non usare gli strumenti aziendali per comunicazioni private che non si vogliono vedere lette; conservare le prove di eventuali controlli occulti.
- Se arriva una contestazione fondata su dati raccolti in modo illecito: eccepire per iscritto l'inutilizzabilità nelle giustificazioni (art. 7 St. lav.), impugnare la sanzione o il licenziamento nei termini, valutare il reclamo al Garante e la denuncia ex art. 171 Codice privacy.
- Azienda: mappare gli strumenti; per telecamere, GPS e software di monitoraggio, accordo con RSU/RSA o istanza all'ITL con finalità e modalità; informativa ai lavoratori ex art. 13 GDPR e regolamento sull'uso degli strumenti e sui controlli; DPIA; tempi di conservazione (metadati 21 giorni, immagini 24-72 ore salvo esigenze); niente biometria per le presenze; niente accesso alle chat private.
- Controlli difensivi: documentare il fondato sospetto prima di avviare il controllo; limitarlo ai dati successivi e all'ipotesi di illecito; investigatori solo per condotte fuori dalla prestazione; conservare la catena delle prove.
- Salute: sorveglianza sanitaria tramite il medico competente; al datore solo l'idoneità; certificati con la sola prognosi; riservatezza nelle comunicazioni ai colleghi.
Un'avvertenza sui rimedi. Il reclamo al Garante (art. 77 GDPR) porta a sanzioni e a ordini di cessazione, ma non annulla il licenziamento: per quello serve l'impugnazione davanti al giudice del lavoro, dove l'inutilizzabilità delle prove raccolte in violazione dell'art. 4 è consolidata; le due strade si sommano e la decisione del Garante è una prova utile nel giudizio. Per le sanzioni all'azienda e le strategie di difesa, la guida sulle sanzioni del Garante; per il reclamo, la guida dedicata; sul whistleblowing, le tutele di chi segnala illeciti anche in materia di privacy.
Domande frequenti
L'azienda ha letto le mie email di lavoro e mi ha contestato di aver perso tempo: può farlo?
Solo se ha rispettato le condizioni dell'art. 4 St. lav. e le indicazioni del Garante. L'email aziendale è uno «strumento di lavoro» (art. 4, c. 2), per cui non serve l'accordo sindacale, ma i dati raccolti sono utilizzabili a fini disciplinari solo se le è stata data «adeguata informazione» sulle modalità d'uso e sui controlli (c. 3) e nel rispetto della privacy: serve un regolamento interno che spieghi se e come l'azienda accede alle caselle, per quali esigenze e con quale gradualità, e l'accesso ai contenuti deve essere proporzionato, non un monitoraggio sistematico per misurare la produttività. Il Garante ha inoltre chiarito (documento di indirizzo del 6 giugno 2024) che i metadati delle email (orari, mittenti, destinatari, IP) raccolti per la sicurezza si conservano di norma per non più di 21 giorni: oltre, serve la procedura dell'art. 4, c. 1, cioè accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato, altrimenti la conservazione diventa un controllo a distanza illecito. Se manca il regolamento o i controlli erano generalizzati, le email non possono essere usate nel procedimento disciplinare e il licenziamento fondato su di esse è illegittimo; può anche presentare reclamo al Garante. Diverso è il controllo «difensivo» dopo un fondato sospetto di un illecito (per esempio la trasmissione di dati riservati a un concorrente), ammesso dalla Cassazione (25732/2021) ma solo sui dati successivi al sospetto.
Un collega ha girato al capo i messaggi di un gruppo WhatsApp in cui criticavo l'azienda e mi hanno aperto un procedimento disciplinare: è legittimo?
No, secondo il Garante. Le conversazioni in chat private o in gruppi chiusi hanno un'aspettativa legittima di riservatezza, e il datore non può utilizzarle per un procedimento disciplinare nemmeno quando gli arrivano da un partecipante: nel 2025 il Garante ha sanzionato una società che aveva usato messaggi WhatsApp, Telegram e Facebook di un dipendente per contestargli condotte, ritenendo il trattamento illecito. Sul piano del lavoro la giurisprudenza distingue tra la critica lecita, anche aspra, e l'insulto o la rivelazione di segreti; ma la prova ottenuta violando la riservatezza è inutilizzabile e la sanzione fondata su di essa è impugnabile. Diverso è il caso dei post pubblici sui social, che chiunque può leggere e che possono integrare violazione del dovere di fedeltà se offensivi o falsi, e quello delle chat aziendali su strumenti forniti dal datore, che sono strumenti di lavoro utilizzabili con l'informativa. Contesti la sanzione per iscritto, eccepisca l'inutilizzabilità e valuti il reclamo al Garante.
Possiamo mettere il GPS sui furgoni dei tecnici per ottimizzare i giri e controllare gli straordinari?
Sì per la prima finalità, con la procedura; no per la seconda come scopo dichiarato. Il GPS sul veicolo è uno strumento «dal quale deriva anche la possibilità di controllo a distanza»: serve l'accordo con RSU/RSA o, in mancanza, l'autorizzazione dell'Ispettorato territoriale (art. 4, c. 1), motivata da esigenze organizzative e produttive, di sicurezza o di tutela del patrimonio (gestione della flotta, sicurezza dei tecnici, antifurto). Il Garante richiede la vetrofania «veicolo sottoposto a localizzazione», la disattivazione o l'oscuramento fuori dall'orario di lavoro e negli usi privati consentiti, tempi di conservazione brevi, informativa completa e valutazione d'impatto; ha sanzionato aziende che tracciavano i dipendenti in modo continuo o usavano i dati per controlli non dichiarati. Una volta rispettata la procedura e data l'informativa, i dati sono utilizzabili «a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro» (c. 3), quindi anche per contestare uno straordinario non svolto o una deviazione, ma il controllo non può essere la finalità dell'impianto né tradursi in una sorveglianza costante. Senza accordo o autorizzazione l'installazione è reato (art. 171 Codice privacy, con le pene dell'art. 38 St. lav.) e i dati sono inutilizzabili.
Il datore vuole sapere che malattia ho e chiede il certificato con la diagnosi: devo darlo?
No. Il certificato di malattia trasmesso telematicamente all'INPS contiene la diagnosi solo nella parte riservata all'istituto; il datore riceve l'attestato con la prognosi, cioè i giorni, e non ha diritto alla diagnosi, salvo i casi in cui il lavoratore stesso la comunichi per ottenere tutele (per esempio l'esclusione dal comporto per patologie gravi o l'accomodamento per disabilità). I dati sulla salute sono dati particolari ex art. 9 GDPR: il datore li tratta solo per gli obblighi di legge, tramite il medico competente, che gli comunica il giudizio di idoneità e non la cartella sanitaria e di rischio, che resta al medico; le indagini sullo stato di salute, sulla gravidanza, sulle opinioni o su fatti irrilevanti per l'attitudine professionale sono vietate dall'art. 8 St. lav. anche in fase di assunzione, con sanzione penale (art. 171 Codice privacy). Il datore può invece chiedere la visita fiscale all'INPS nelle fasce di reperibilità e, nei casi previsti dalla legge, disporre gli accertamenti di idoneità e i test per alcol e droghe per le mansioni a rischio. La divulgazione della sua malattia ai colleghi è un trattamento illecito da segnalare al Garante.
Domande collegate
- Anni fa sono stato indagato e poi archiviato, ma cercando il mio nome su Google esce ancora la notizia: posso farla sparire?
- Un'azienda continua a mandarmi email e telefonate pubblicitarie: come la faccio smettere e scopro che dati ha su di me?
- Nel mio negozio online il pulsante finale dice solo «Conferma»: è un problema?
Fonti normative
- Art. 4 L. 300/1970 — Impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo
- Art. 8 L. 300/1970 — Divieto di indagini sulle opinioni
- Artt. 113-114 D.Lgs. 196/2003 — Raccolta di dati e pertinenza; garanzie in materia di controllo a distanza
- Art. 88 Regolamento (UE) 2016/679 — Trattamento dei dati nell'ambito dei rapporti di lavoro
- Art. 171 D.Lgs. 196/2003 — Sanzioni penali per la violazione degli artt. 4 e 8 dello Statuto dei lavoratori
I testi sono quelli vigenti su normattiva.it alla data di verifica della pagina.
Da leggere insieme
- Mobbing, sicurezza e discriminazioniControlli a distanza, telecamere, GPS, email: che cosa può fare il datoreArt. 4 Statuto dei lavoratori: accordo sindacale o autorizzazione INL, strumenti di lavoro, informativa, controlli difensivi, sanzioni, prove inutilizzabili.
- Privacy e GDPRTelecamere in casa, in condominio, in azienda, in negozio: le regoleCasa: solo le proprie pertinenze (art. 615-bis c.p. se si riprendono i vicini); condominio: maggioranza dell'art. 1122-ter; azienda: accordo sindacale (art. 4 St. lav.).
- LicenziamentoIl licenziamento disciplinare: contestazione, difese, terminiIl licenziamento disciplinare (art. 7 Statuto): contestazione specifica e tempestiva, 5 giorni per le difese, audizione, proporzionalità, impugnazione in 60 giorni.
- Mobbing, sicurezza e discriminazioniIl mobbing: come si prova e che cosa si ottieneIl mobbing: definizione della giurisprudenza, straining, art. 2087 c.c., come si prova (diario, documenti, testimoni, certificati), danni.
- Mobbing, sicurezza e discriminazioniIl whistleblowing (D.Lgs. 24/2023): segnalare illeciti in aziendaCanale interno, ANAC e divulgazione pubblica; chi è protetto; ritorsioni nulle con reintegra e onere della prova invertito; sanzioni ANAC fino a 50.000 euro; limiti.
- Privacy e GDPRIl reclamo al Garante privacyIl reclamo al Garante (art. 77 GDPR, artt. 141-143 Codice privacy): contenuto, modello e PEC, informazione entro 3 mesi e decisione entro 9, poteri e sanzioni.
- Privacy e GDPRLe sanzioni del Garante: come si difende un'aziendaReclamo o ispezione, notifica delle violazioni, 30 giorni per memorie e audizione (art. 166 Codice privacy), criteri dell'art. 83 GDPR, pagamento della metà.
- Reputazione e contenuti onlineDiritto di cronaca e di critica sui social e sui blogVerità, interesse pubblico e continenza (Cass. 5259/1984); critica e satira; post pubblico = diffamazione aggravata (art. 595 c. 3 c.p.); cronaca giudiziaria, oblio.
- LicenziamentoIl licenziamento per giusta causaDefinizione e casi tipici, differenza con il giustificato motivo soggettivo, contestazione e 5 giorni, impugnazione in 60+180 giorni, reintegra o indennità, NASpI.
- Privacy e GDPRI diritti GDPR: accesso, rettifica, cancellazione, opposizione, portabilitàCome esercitare i diritti GDPR (artt. 15-22): richiesta al titolare, risposta entro un mese, gratuità, accesso, cancellazione, opposizione, reclamo al Garante.
- Reati informaticiL'accesso abusivo a un sistema informatico (art. 615-ter c.p.)Entrare in email, profili o gestionali altrui: fino a 3 anni a querela, da 2 a 10 se pubblico ufficiale, operatore o con dati sottratti (L. 90/2024).